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PRECONTATTI DENTALI E DISORDINI
CRANIO MANDIBOLARI
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L’occlusione patologica può
essere definita come quella
capace di generare input
propriocettivi che turbano la
normale funzione muscolare e
portano la mandibola in
malposizione con il complesso
mascellare del cranio1-3. Vere e
proprie interferenze dentali
causate da marcate malposizioni
coronali così come semplici
precontatti generano una
risposta sensoriale, per lo più
proveniente dai recettori
parodontali, ma anche da tutti
gli altri propriocettori
stomatognatici, che informano il
SNC dell’elemento di disturbo3.
Sulla base di queste continue
informazioni il SNC imposta un
modello di funzione finalizzato
ad evitare il contatto nocivo,
che determina uno spostamento
dell’osso mandibolare e una
conseguente dislocazione
condilare, di entità variabile
ed assolutamente individuale: i
muscoli masticatori così come
quelli cervicali e ioidei, sono
chiamati dunque a svolgere un
lavoro aggiuntivo, dovendo
operare in modo da originare e
terminare ogni movimento
masticatorio, fonatorio e di
deglutizione integrando queste
nuove informazioni. Si realizza
cioè un nuovo atteggiamento
posturale della mandibola che
dovrà essere mantenuto per tutte
le 24 ore e che determinerà un
ipertono muscolare4,5 di tutti i
territori competenti. Il
perpetuarsi di tale richiesta
funzionale nel tempo dà avvio ad
un sovraccarico capace di
generare veri e propri danni
strutturali6-8 con formazione di
punti trigger miofasciali 9
ossia di sarcomeri ipercontratti,
accorciati fino a costituire dei
piccoli noduli contenuti
all’interno di bande muscolari,
incapaci di rilasciarsi per
esaurimento delle risorse
energetiche.
La dislocazione mandibolare
tuttavia genera nuove aree di
interferenza dentale – contatti
deflettivi secondari – che
agiranno creando a loro volta
nuove informazioni
propriocettive da integrare ed
elaborare fino a quando il SNC
stabilizzerà la mandibola nella
cosiddetta posizione di massima
intercuspidazione (PMI), ossia
quella relazione intermascellare
determinata dal maggior numero
possibile di contatti dentali
2,3. Tale relazione
cranio-mandibolare è regolata
dal continuo equilibrio dinamico
di organi sensoriali ed azioni
neuromuscolari, legati in un
meccanismo perpetuo3.
I precontatti dentali,
comunemente studiati in
condizioni di statica, sono
diffusamente intesi nella
pratica comune come quelle aree
di contatto prematuro che si
realizza mantenendo la mandibola
in posizione di occlusione
abituale o in relazione
centrica10, seguendo un modello
“precondizionato” di
posizionamento della mandibola:
l’identificazione di tali aree
di primo contatto ed il loro
ruolo patogenetico non può
essere di grande significato se
i rilevamenti sono eseguiti
mantenendo la mandibola in una
posizione indotta e condizionata
soggettivamente dall’operatore o
anche semplicemente nella
posizione di occlusione abituale
del paziente, non
necessariamente fisiologica in
quanto condizionata dalla
memoria propriocettiva,
adattativa, del paziente. Tali
analisi dunque dovrebbero essere
coordinate con altre indagini
funzionali in grado di
dimostrare la posizione
fisiologica della mandibola ed
il suo movimento verso la
posizione di massima
intercuspidazione2,3: questo
permette di individuare la
consequenzialità dei contatti
dentali quando la mandibola si
muove lungo la traiettoria
neuromuscolare individuale, nel
massimo bilanciamento muscolare.
L’introduzione di una verifica
occlusale tramite stimolazione
TENS e applicazione di cere
adesive si presta ottimamente
allo scopo permettendo di
ritrovare la traiettoria
neuromuscolare individuale e di
individuare i primi contatti
deflettivi attraverso
contrazioni muscolari
involontarie2,3.
Al contrario, indagare sulle
prematurità con semplici carte
di articolazione non potrà
essere un atto realmente
terapeutico, né la sola visione
delle aree di contatto potrà
realmente informare
sull’equilibrio di lavoro
dell’apparato masticatorio.
Ogni essere umano può facilmente
convivere con il proprio assetto
funzionale, ancorché alterato o
patologico, e tale assetto può
essere elaborato negli anni in
una percezione di salute più o
meno assimibilabile alle
condizioni fisiologiche ideali,
ma può anche improvvisamente ed
inspiegabilmente esaurire le
individuali capacità di
adattamento, iniziando a
manifestare sintomi
algico-disfunzionali tipici dei
disordini cranio-mandibolari (DCM)1-3,
11-13. L’insorgenza della
sintomatologia dolorosa e
disfunzionale avviene con modi e
tempi assolutamente
imprevedibili, rendendo
impossibile alcuna correlazione
tra grado di disfunzione ed
entità della sintomatologia1.
Il rapporto di correlazione tra
prematurità e DCM non è tuttavia
riconosciuto in modo univoco
15,-19: ad esempio alcuni gruppi
di studio hanno testato
interferenze dentali
sperimentali su soggetti
“sani”16,17 con lo scopo di
studiarne gli effetti
disfunzionali muscolari a 8
giorni di distanza, ma purtroppo
i parametri clinici ed i tempi
di latenza individuali con cui
insorgono i sintomi non hanno
potuto chiarire molto a
riguardo; solo nel momento in
cui sono stati presi in
considerazione dati strumentali
oggettivi (EMG)17, è stato
possibile evidenziare
un’alterazione funzionale
muscolare, anche in assenza di
sintomatologia dolorosa.
Appare dunque sempre più chiara
l’importanza di una verifica
obiettiva del grado di
bilanciamento muscolare, anche
per le più comuni riabilitazioni
odontoiatriche2,12.
A tale scopo sono in uso da
tempo le tecniche
kinesiografiche di analisi della
cinetica mandibolare ed
elettromiografiche (EMG), con
ausilio di TENS2,3,12, che
rappresentano i mezzi di
indagine funzionale non invasivi
più affidabili per misurare lo
stato fisiopatologico
dell’apparato masticatorio18,
19.
Un’analisi completa dovrebbe
però includere anche la
valutazione delle aree e dei
carichi di pressione realizzati
nel contatto dentale, che
rappresenta la verifica finale
del corretto bilanciamento
stomatognatico. È evidente che
la sola dimostrazione del buon
combaciamento morfologico delle
arcate o la visione delle
superfici di contatto tra denti
antagonisti non possa essere di
per sé sufficiente a dimostrare
lo stato fisiopatologicologico
dell’apparato masticatorio, ma
rappresenta un’indispensabile
verifica finale di ogni terapia
odontoiatrica il cui successo
ortopedico non può essere
evidentemente raggiunto senza
garantire un’adeguata
distribuzione dei contatti
dentali 20.
Figura 4
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Esami funzionali
La diagnosi clinica di disordine
cranio mandibolare è stata
perfezionata con l’ausilio di
esami kinesiografici dei
movimenti mandibolari (K6I
Myotronics, Seattle, U.S.A.®) (Fig.
1), eseguiti in condizioni
abituali e dopo stimolazione
TENS (J3 Myotronics, Seattle,
U.S.A.®) del V nervo cranico,
secondo il protocollo operativo
in uso per la realizzazione del
dispositivo ortopedico
intraorale di occlusione in
equilibrio neuromuscolare (ortotico
secondo Jankelson) 2,3,12,19 .
Fig. 1 - Kinesiografo integrato
K6I (Myotronics).

L’analisi dei contatti occlusali
è stata eseguita con il sistema
T-scan II (Tekscan Occlusal
Diagnostic System, Tekscan Inc®)
(Fig. 2), costituito da un
sensore a circuito stampato
spesso 100µm alloggiato su una
forchetta di supporto e
collegato ad un computer, che
visualizza le aree di contatto
ed il grado di pressione
raggiunto.
Fig. 2 – Sensore T-scan (Tekscan)
alloggiato fra le arcate.

L’analisi vettoriale delle forze
occlusali studiate permette di
calcolare il baricentro
mandibolare e le sue
oscillazioni durante il
serramento dentale20,21.
L’analisi quantitativa e
temporale di tali contatti
dentali permette di identificare
l’estensione, la posizione e la
sequenza delle aree di contatto,
oltre che l’intensità e la
continuità della forza che viene
esercitata.

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È interessante notare che usualmente si
parla di occlusione “normale” o “bilanciata”
in soggetti sani basandosi su ispezioni
visive dei rapporti tra le arcate,
verificando i rapporti tra cuspide e fossa
con carte articolari e confrontando numero e
similarità dei segni tra le due emiarcate17;
tali metodi di indagine sono da ritenersi
però insufficienti a determinare in modo
attendibile il bilanciamento dell’apparato
che può essere confermato solo con analisi
quantitative delle forze espresse e da
misure funzionali ripetibili22. L’analisi
visiva con carte da articolazione infatti
permette di identificare le aree di massimo
sfregamento quando la mandibola ha già
assunto il rapporto cranico più stabile: nel
caso preso in esame infatti le aree di
contatto prematuro anteriore non sarebbero
state rilevate nel corso di una normale
visita; inoltre la loro rimozione, usuale in
una certa comune prassi odontoiatrica, non
sarebbe stata evitata qualora non si fosse
eseguita un’analisi funzionale completa
(integrando T-scan e analisi kinesiografica
cranio-mandibolare con ausilio di TENS) che
invece ha dimostrato la perdita di
dimensione verticale di occlusione, già
presente nella paziente e che un eventuale
“molaggio selettivo” empirico avrebbe
certamente peggiorato. Avremmo quindi
osservato il contatto dentale completo
individuando al massimo le aree di maggior
sfregamento, mancando l’obiettivo
diagnostico reale e quindi riabilitativo
individuale corretto e quindi efficace per
la paziente.
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L’ausilio visivo dell’analisi dei carichi
occlusali eseguita con il T-scan II si è
dimostrato perciò di grande interesse per la
possibilità di verificare la
consequenzialità dei contatti oltre che
l’effettivo bilanciamento delle forze
espresse dai muscoli durante il serramento23
; ciò nonostante, come detto, avremmo potuto
incorrere in un ulteriore errore diagnostico
se avessimo pensato alla sola possibilità di
eliminare tali prematurità riducendo per
sottrazione il contatto anteriore.
L’analisi kinesiografica condotta con
l’ausilio della TENS è stata infatti capace
di mostrare come le interferenze dentali
anteriori costituissero il solo piano di
scivolo della mandibola verso una posizione
di occlusione retrusa e mantenuta dagli
elementi latero-posteriori ad una dimensione
verticale inadeguata, seppur di poco.
L’integrazione della superficie occlusale
dei denti posteriori, operata nell’immediato
con ortotico neuromuscolare, completa
pienamente l’iter diagnostico fin qui
svolto. L’ortotico possiede infatti, seppur
in maniera essenziale e provvisoria, quelle
caratteristiche anatomiche che sono
necessarie al ripristino della capacità
occlusale lesa.
Risulta chiaro che la presenza di
un’alterata posizione della mandibola non
sia dimostrabile con le sole indagini
cliniche di routine e appare altrettanto
chiaro che la completa correzione occlusale
debba originare dalla corretta conoscenza
della posizione ortopedica della mandibola
(cioè della corretta relazione
intermascellare), ed essere secondariamente
completata con il giusto adeguamento della
morfologia dentale e cuspidale, necessari al
mantenimento della posizione fisiologica di
massima intercuspidazione.
Si conferma inoltre che il bilanciamento
muscolare ed articolare, espresso dal
miglioramento dell’apertura orale sia nel
grado che nella fluidità di movimento, può
essere raggiunto e mantenuto riducendo al
minimo l’input propiocettivo derivante da
contatti sui versanti cuspidali
(interferenze secondo Jankelson) 3. Tali
contatti infatti generano forze con
componenti tangenziali ai denti in grado di
danneggiarne i tessuti3,12 ed obbligare una
regolazione neuromotoria che, provocando
un’alterazione della posizione spaziale
della mandibola rispetto a quella di
equilibrio neuromuscolare, innesca il quadro
di disordine cranio-mandibolare.
Fonte:
Dott.
Andrea Gizdulich |
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